mercoledì 30 maggio 2012

Sopravvivere in Grecia: un Italiano racconta

Ci sono aspetti della crisi greca che i giornali non raccontano. Ci sono aspetti della crisi greca che i cittadini europei - e in questo caso italiani - non possono sapere perché non parlano la stessa lingua. Così, ho provato a fare un giro sul web cercando dei blogger italiani residenti nel Peloponneso. E sono finito qui.




Il blog di Francesco Moretti, italiano in Grecia


Sopravvivereingrecia è il blog di Francesco Moretti, un'artista italiano di arti visive, residente in Grecia da sette anni. Sulle pagine del blog racconta la crisi, le elezioni politiche, il risultato del partito neonazista Alba dorata e i fatti recenti del paese portando alla luce gli aspetti della vita quotidiana e la percezione che il paese ha di sé.


Interessante è in tal senso un post del 3 marzo scorso dove il blogger scrive:


1999 - 2012
Nel 1999 quando ancora c'era la Dracma in Grecia lo stipendio medio era di 170.000 dracma ovvero 498 euro al mese. Adesso nel 2012 lo stipendio medio è di 480 euro.
Nel 1999 un litro di benzina costava 180 dracma = 0,52 euro adesso nel 2012 costa 1,80 euro.
Nel 1999 il petrolio da riscaldamento costava 62 dracma = 0,18 euro adesso nel 2012 costa 1,10euro al litro.
Nel 1999 una sfogliata al formaggio (tiropita) costava 100 dracma = 0,29 euro adesso nel 2012 costa 1,50 euro.

Si è perso ogni rapporto tra stipendi e i prezzi dei generi di consumo, tra un po' sarà difficile anche sopravvivere. 

La Commissione UE lancia un allarme su Spagna e Francia: non fanno abbastanza sui conti


IL SOLE 24 ORE - La Commissione europea ammonisce Spagna e Francia sui conti pubblici in un report pubblicato oggi. Il piano di austerità da 27 miliardi di euro di Madrid non basta a risanare il deficit spagnolo che a fine 2011 si attestava all'8,9% del debito pubblico. Se la Spagna non implementerà nuove tasse e ulteriori tagli alla spesa - avverte l'Ue - non riuscirà a centrare l'obiettivo di tagliare il deficit al 3% entro il 2013.

Il Presidente della Commissione Europea Barroso

Non solo la Spagna. Nel mirino della Commissione europea finisce anche la Francia che a detta dell'Ue non sta facendo abbastanza, al pari della Spagna, per risanare i conti in una situazione che potrebbe diventare potenzialmente esplosiva. Bruxelles nota come l'obiettivo di 4,4% di deficit quest'anno appare raggiungibile ma «lo scarto rispetto alla soglia del 3% resta considerevole». Bruxelles chiede a Parigi di «precisare le misure necessarie per assicurare che il deficit sia riassorbito entro il 2013».
Il duro monito della Commissione europea arriva nel giorno in cui il presidente della Commissione Ue Josè Manuel Barroso ha lanciato l'allarme sui rischi di una disintegrazione finanziaria sottolinenando che la crisi non è colpa dell'euro. semmai la moneta unica comporta «sfide enormi» che vanno superate con più integrazione Ue perchè «se lasciamo ai singoli paesi non si va da nessuna parte». E se le opinioni pubbliche sono contro, è dovere dei governi «spiegare cosa succede se non si arriva ad una maggiore concentrazione» ha affermato Barroso chiedendo «una leadership forte e coraggiosa».Il listino di Parigi ha accusato il colpo. Dopo queste indiscrezioni ha accentuato il ribasso vicino al 2%, maglia nera in Europa.
«Il momento per decidere una integrazione più stretta sul piano finanziario e sul piano economico dell'Eurozona è adesso, ciò vale anche per le banche, sia per il ruolo del Fondo anti-crisi sia per un sistema europeo di garanzie per i depositi», ha spiegato Oggi l'esecutivo Ue ha chiesto che l'Esm possa ricapitalizzare direttamente le banche. Attualmente l'European stability mechanism, che entrerà in funzione da luglio, può prestare solo ai governi che lo richiedono i quali poi destinano i fondi alla ricapitalizzazione delle banche. Nel rapporto di stabilità sull'Eurozona, la Commissione europea indica che permettere al fondo di intervenire in modo diretto sulle banche è una possibilità da auspicare «per spezzare il legame tra banche e debito sovrano».
Barroso ha evocato l'obiettivo di una «unione bancaria» europea.

martedì 29 maggio 2012

Il Parlamento Europeo approva la tassa sulle transazioni finanziarie

Mentre i capi di Stato e di governo europei faticano a trovare un consenso unitario sulle soluzioni per uscire dalla crisi, il Parlamento europeo non perde tempo approvando, lo scorso 23 giugno, un progetto di tassa sulle transazioni finanziarieadottata con 487 voti a favore, 152 contrari e 46 astensioni.


La parlamentare greca Anni Podimata, relatrice del progetto della TTF




Chi viene tassato?


La tassa si applica se «almeno una delle parti coinvolte nella transazione sia stabilita in uno Stato membro e un ente finanziario stabilito sul territorio di uno Stato membro sia parte coinvolta nella transazione».


Contrariamente alla proposta fatta dalla Commissione e discussa dal Parlamento, i parlamentari hanno proposto, oltre alla conferma del principio di residenza, l'aggiunta del "principio di emissione", «per obbligare anche le istituzioni finanziarie con sede fuori dalla zona TTF a pagare la tassa, nel caso commerciassero titoli originariamente emessi all'interno della zona».

«Ad esempio, azioni della Siemens, emesse originariamente in Germania e commerciate fra un'istituzione di Hong Kong e una di New York sarebbero comunque soggette alla tassa. Secondo la proposta della Commissione invece, tali transazioni avrebbero eluso la tassa, poiché sarebbero state colpite solo le istituzioni finanziarie con sede nella zona TTF». 




Come sono tassate le transazioni finanziarie?



Le aliquote vengono fissate da ogni Stato membro come percentuale della base imponibile. Tali aliquote non possono essere inferiori a: 

(a) 0,1% in relazione alle transazioni finanziarie di cui all’articolo 5 [vale a dire azioni e obbligazioni] ; 
(b) 0,01% in relazione alle transazioni finanziarie di cui all’articolo 6 [vale a dire prodotti derivati]


Chi ha lavorato dietro l'approvazione della TTF in Parlamento?

La parlamentare greca Anni Podimata (S&D), secondo cui «un sistema di TTF ambizioso ci permetterà di avere anche uno strumento per ridurre la speculazione e far in modo che il settore finanziario torni a svolgere il suo ruolo originario - al servizio delle PMI e altre aziende - piuttosto che continuare con il gioco d'azzardo».

La Podimata non teme la ritorsione della finanza, affermando che «se alcuni scegliessero comunque di andarsene invece di modificare il loro modello di business, questo sarà comunque un risultato positivo. La scelta di lasciare che il settore finanziario non partecipi maggiormente al peso della crisi sarebbe una decisione contraria a ogni logica politica. Siamo eletti per servire i 500 milioni di cittadini, e non una manciata di operatori finanziari con i loro lobbisti al seguito».


LA TTF entrerà in funzione?

No, il Parlamento non ha competenza ultima in questa materia. La palla passa al Consiglio Europeo.


C'è un rischio con l'introduzione della TTF?

Il dibattito è aperto: lo scorso febbraio, Massimiliano Marzo e Paolo Zagaglia affermavano che l'introduzione di una tassa sulle transazioni è soggetta a due rischi:

- Un sostanziale problema di applicazione dato dalla velocità della transazioni: « Come sarebbe possibile gestire un’imposta in un mondo in cui le transazioni vengono concluse ogni 10-15 microsecondi? Risolvere questo problema richiederebbe una gestione della tracciabilità delle transazioni molto complessa».

- Inoltre, « Imporre la tassa unilateralmente senza un reale accordo internazionale rischia di aumentare le criticità di un sistema finanziario già molto volatile».




La Ligue du Nord ou le populisme à l'italienne


Un parti d’extrême droite, sécessionniste, fédéraliste : les étiquettes politiques proposées pour comprendre l’essor et l’identité de la Ligue du Nord italienne sont nombreuses. Si la présence d’un discours populiste se confirme, la réflexion sur la nature du parti partage les chercheurs. 
J'ai publié cet article le 9 janvier sur nouvelle-europe.eu, dans le cadre d'un dossier très intéressant portant sur une « radiographie des populismes en Europe ».

Le meeting de Venice, organisé chaque année par le parti (2007).

Le peuple du Nord et l’ennemi étatique

Dans Politics and Ideology in Marxist Theory, le sociologue Ernesto Laclau propose une approche efficace pour l’utilisation scientifique du mot « populisme », terme désormais rentré dans le langage commun et pour cela victime du « conceptual streching » ("étirement conceptuel"). Laclau centre son approche sur la structure de l’argumentation populiste, montrant qu’elle vise à une opposition nette entre la peuple et le bloc au pouvoir. Pour que cette opposition puisse être validée, il faut la présence d’un ou bien de plusieurs raisons qui justifient ce conflit entre le peuple et l’idéologie dominante, et qui seront évoquées dans les argumentations.
Si on accepte la définition proposée par Laclau, tout discours portant sur la Ligue du Nord ne peut que confirmer une donnée : la Ligue du Nord italienne nait et se développe avec des argumentations tout à fait populistes. Constitué en 1989, le parti de Umberto Bossi acquiert ensuite une visibilité politique devenant une voix de protestation contre l’Etat central et le système des partis.

Entre Tangentopoli et la « question septentrionale »

Une fois établi son ennemi, la Ligue explique les raisons qui amènent à ce conflit. D’une part, elle vise à montrer la crise de légitimité des majeurs partis italiens, confirmée lors de Tangentopoli, l'enquête sur la corruption de la classe politique italienne qui éclate en 1992. Ce discours exaspère, selon Marc Lazar, « un malaise réel dans le nord de l’Italie par rapport aux maux traditionnels de l’Italie ».
D’autre part, protestant contre l’État, elle oppose à celui-ci le développement économique et la richesse des régions du Nord de l’Italie. Cette richesse ne serait pas le fruit de l’hasard, mais le résultat d’une véritable « éthique du travail, le patrimoine typique de nos peuples du Nord de l’Italie », affirme Bossi. La « question septentrionale » fait ainsi son entrée dans le discours politique italien, et la Ligue du Nord en devient la voix principale au début des années 1990. Face à une dépense publique qui atteint 48,6 % du PIB, soit 8,6 points plus qu’en 1979, le taux d’imposition augmente également. Face aux autorités nationales, la défense de l’acquis économique s’accompagne donc de la protestation fiscale.
Suite à sa montée en puissance et aux traits qui la caractérisent, la Ligue du Nord a suscité l’attention de la communauté scientifique. Une fois confirmée l’empreinte populiste de son discours, nombre de politologues ont consacré leurs travaux à l’étude et à la compréhension du phénomène leghiste, visant à répondre tout d’abord à une simple question : qu’est-ce que la Ligue du Nord ? Par ailleurs, sa montée en puissance est-elle un phénomène partisan isolé au niveau européen, ou y a-t-il possibilité de rattacher ce parti à d’autres acteurs politiques européens ?

De l’ethnocentrisme à la communauté d'intérêts

Avant d’essayer de répondre à ces questions, le statut fondateur de la Ligue du Nord représente le point de départ de notre réflexion. Signé le 22 novembre 1989, il aboutit à une alliance politique entre plusieurs formations politiques régionales du Nord de l’Italie, la Liga Veneta et la Lega Lombarda entre autres. Ces formations « se transforment en organisations nationales de la fédération Ligue du Nord » en 1991, et visent à une transformation « pacifique » de l’État italien dans un État fédéral.
Le discours ethno-régional est alors central dans la proposition leghiste : les régions du Nord constitueraient des nations, chacune avec une histoire, une langue et une culture et l’État central représenterait une menace pour la sauvegarde de ces valeurs. Ce ne sera qu’en 1991, lors du Congrès de Pieve et de la fusion de ces mouvements, qu’Umberto Bossi remplacera le concept de « région comme nation » par celui de la région, ou bien des régions comme communautés d'intérêts. La communauté imaginée est une communauté menacée, à la fois dans sa richesse par la fiscalité étatique et dans son marché de l’emploi par l’immigration en provenance duMezzogiorno et de l’étranger.

Un parti d'extrême droite ?

Nombre de chercheurs ont montré dans leurs études un rapprochement entre le discours politique de la Ligue du Nord et celui qui caractérise les partis dits d'extrême droite en Europe. Dans une note de décembre 2010, Clément Abélamine propose à cet égard de distinguer de grands types d’extrême droite. Un premier, diffusé surtout en Europe de l’Est, correspond au « vieux nostalgique » qui déclare publiquement un rattachement idéologique au passé nazi. Le deuxième est celui du « jeune dandy » : il aurait renoncé « aux liens avec les mouvements fasciste ou néo-nazi », choisissant la dimension sécuritaire, le rejet de l’immigration, un registre modéré ainsi que la défense de certains droits individuels. Pour Abélamine, une partie de la Ligue du Nord est susceptible de rentrer dans cette dernière catégorie.
L’attitude « law and order » (loi et ordre) et la haine contre les immigrés représentent surement deux éléments forts du discours leghiste. Ces programmes électoraux ainsi que son action au gouvernement l’ont bien confirmé : fortement voulu par la Ligue du Nord en 2009, le délit d’immigration clandestine comporte l’expulsion immédiate de l’immigré et la possibilité de l’emprisonnement pour ceux qui l’accueillent. En 2006, Amnesty International remarquait dans son rapport annuel que la loi Bossi-Fini sur l’immigration clandestine ne respectait pas le principe de non-refoulement inscrit dans la Convention de Genève. En 2009, le gouvernement italien, sous l’impulsion du parti, autorisait la mise en oeuvre de « rondes padanes » dans les communes italiennes, des groupes de volontaires chargés d’alerter les forces de l’ordre face à des événements délictueux. La liste de ce genre de propositions au cours de son expérience gouvernementale pourrait être bien plus longue.
Si ces éléments confirment un rattachement du parti au courant idéologique de l'extrême droite européenne, une question reste pourtant ouverte : y-a-t-il une véritable composante identitaire, élément clé de la rhétorique de cette famille, au sein du parti ? Au cours des années 1990, Bossi a conduit sa bataille sur l’existence de la Padanie et d’une identité qui rassemblerait les peuples du Nord de l’Italie. Toutefois, l’électorat leghiste réfuse tout à fait ce discours identitaire : de 1996 à 2001, la Ligue du Nord connait une véritable défaite électorale qui fait chuter son consensus de 5 points. Même si le nouveau statut de 2002 présente une référence à la Padanie, la mouvance identitaire et ethnocentrique a été de facto quitté de son discours politique.

Un parti de défense de la périphérie ?

Illustrée par les politologues Rokkan et Lipset, la théorie des quatres clivages fondamentaux est aujourd’hui un outil incontournable pour l’analyse comparée des systèmes de partis. À cet égard, le clivage qui oppose le centre à la périphérie est utilisé pour comprendre l’émergence des partis de défense de la périphérie, et il a également concerné les études sur la Ligue du Nord. De plus, dans Cities, States and Nations, Rokkan oppose les centres monocéphales, c’est-à-dire les États où il y a une correspondance parfaite entre centre économique et politique, aux centres polycéphales, où ce phénomène ne s'observe pas.
Malgré le fait que la Ligue du Nord ait souvent hésité entre fédéralisme et sécession, la défense du Nord de l’Italie a constitué l’élan vital du parti tout au long de son histoire. Cette analyse est confirmée par Christian Bidégaray, professeur émérite en sciences politiques de l’Université de Nice. De plus, dans le cas de la Ligue du Nord, la revendication territoriale n’est finalement pas une affirmation de l’identité en elle-même, mais un moyen de négocier avec l’État, afin que ces entités territoriales puissent devenir maîtres de leur destin.
Cette analyse rattacherait finalement le phénomène leghiste aux cas catalan et flamand, selon Bidégaray. Pourtant, cette exigence de négociation politique est-elle suffisante pour effectuer ce rattachement ? De quel cas parle-t-on, tout d’abord ? Il ne s’agit sûrement pas d’un cas « italien », vu qu’il ne concerne qu’une partie de l'Italie : à cet égard, l’absence d’une véritable étiquette est déjà en soi porteuse de doutes. Il faut souligner l’absence de la mouvance identitaire dont nous avons parlé plus haut. En effet, si la Catalogne et la Flandre légitiment leur demande d’autonomie suite à une identité, une histoire et une langue commune, cela n’est bien évidemment pas le cas de l’Italie du Nord, très différenciée de ce point de vue et également hétérogène quant à sa structure économique et sociale.

Un parti fédéraliste d’extreme centre ?

Dans les sciences sociales, les sondages sur l’électorat d’un parti permettent à la fois de révéler et d’approfondir des éléments qui ne sont pas toujours visibles à la surface du discours politique. L’utilisation de sondages a poussé la réflexion autour du parti, montrant une orientation de son électorat vers le centre de l’échiquier politique. En effet, une enquête conduite de 1991 à 1998 sur l’auto-positionnement des électeurs leghistes montre à la fois que le mot « centre » est toujours le plus choisi et que le pourcentage du « sans positionnement ». est également élevé. Cette orientation des électeurs est également confirmée au cours des années 2000.
Ce résultat n’est d’ailleurs qu’une confirmation pour le chercheur italien Ilvo Diamanti. En effet, la Ligue du Nord a tout à fait remplacé la Démocratie chrétienne dans les aires « blanches » du Nord de l’Italie, à la fois proposant la sauvegarde de valeurs que la DC n’était plus en mesure d’assurer et utilisant comme moyen d’action politique les sections locales selon le modèle démocrate-chrétien, au service des citoyens. Malgré sa rhétorique novatrice, la Ligue du Nord a fini par mettre un place un parti tout à fait « traditionnel ».
Un deuxième élément est enfin suggéré par Piero Ignazi, professeur de politique comparée à l’Université de Bologne, qui définit la Ligue du Nord comme « un parti d’extrême centre » et ses électeurs en tant que « extrémistes de centre ». Selon Ignazi, les attitudes de la Ligue du Nord ne proviennent pas de la pensée autoritaire, mais de l’origine autonomiste du parti.
Réactivation du clivage centre/périphérie dans l’État italien ; protection des valeurs culturelles et religieuses et rejet de tout élément extérieur à la communauté imaginée ; un discours populiste qui se nourrit d’un malaise réel, face auquel la classe politique italienne demeure aveugle. Ces éléments représentent à notre vis la clé du succès que le parti de Umberto Bossi rencontre depuis 23 ans.

lunedì 28 maggio 2012

Bauman: « La modernité liquide endommage l'amour et les relations »


Zygmunt Bauman est l'un des sociologues actuels les plus influents. D'origine polonaise, il vit au Royaume Uni depuis 1972. Dans ces ouvrages, il s'attache à l'étude et aux évolutions de la société moderne, définie comme liquide parce que « contrairement aux corps solides, les liquides ne peuvent pas conserver leur forme lorsqu'ils sont pressés ou poussés par une force extérieure, aussi mineure soit-elle. Les liens entre leurs particules sont trop faibles pour résister... Et ceci est précisément le trait le plus frappant du type de cohabitation humaine caractéristique de la modernité liquide».

Dans cet entretien de 2004, Bauman revient sur certains des éléments principaux de sa théorie : les relations amoureuses, la moralité, la solidité du monde ancien. Je renvoie à ce lien pour l'entretien intégral.



Vous avez consacré un livre aux relations amoureuses d'aujourd'hui. Est-ce un domaine privilégié pour analyser les sociétés d'aujourd'hui ?

Les relations amoureuses sont effectivement un domaine de l'expérience humaine où la « liquidité » de la vie s'exprime dans toute sa gravité et est vécue de la manière la plus poignante, voire la plus douloureuse. C'est le lieu où les ambivalences les plus obstinées, porteuses des plus grands enjeux de la vie contemporaine, peuvent être observées de près.
D'un côté, dans un monde instable plein de surprises désagréables, chacun a plus que jamais besoin d'un partenaire loyal et dévoué. D'un autre côté, cependant, chacun est effrayé à l'idée de s'engager (sans parler de s'engager de manière inconditionnelle) à une loyauté et à une dévotion de ce type. Et si à la lumière de nouvelles opportunités, le partenaire actuel cessait d'être un actif, pour devenir un passif ? Et si le partenaire était le(la) premier(ère) à décider qu'il ou elle en a assez, de sorte que ma dévotion finisse à la poubelle ? Tout cela nous conduit à tenter d'accomplir l'impossible : avoir une relation sûre tout en demeurant libre de la briser à tout instant... Mieux encore : vivre un amour vrai, profond, durable ? mais révocable à la demande... J'ai le sentiment que beaucoup de tragédies personnelles dérivent de cette contradiction insoluble. L'amour figure au premier chef des dommages collatéraux de la modernité liquide. Et la majorité d'entre nous qui en avons besoin et courons après, figurons aussi parmi les dégâts...


Vous considérez la « moralité » comme une réponse à la fragmentation de la société, à la précarité des engagements. Pourquoi cela ?

[...] La moralité signifie « être pour l'autre ». Elle ne récompense pas l'amour-propre (Z.B. emploie l'expression française). La satisfaction qu'elle confère à l'amant découle du bien-être et du bonheur de l'être aimé. Or, contrairement à ce que les publicités peuvent suggérer, faire don de soi-même à un autre être humain procure un bonheur réel et durable. On ne peut pas refuser le sacrifice de soi et s'attendre dans le même temps à vivre l'« amour vrai » dont nous rêvons tous.


Peut-on simplement penser les sociétés actuelles comme composées d'individus livrés à eux-mêmes ?

Notre « société individualisée » est une sorte de pièce dans laquelle les humains jouent le rôle d'individus : c'est-à-dire des acteurs qui doivent choisir de manière autonome. Mais faire figure d'Homo eligens (d'« acteur qui choisit ») n'est pas l'objet d'un choix. [...]
Nous sommes tous des « individus de droit » appelés (comme l'a observé Ulrich Beck) à chercher des solutions individuelles à des problèmes engendrés socialement. Comme par exemple acheter le bon cosmétique pour protéger son corps de l'air pollué, ou bien « apprendre à se vendre » pour survivre sur un marché du travail flexible. Le fait que l'on obtienne de nous que nous recherchions de telles solutions ne signifie pas que nous soyons capables de les trouver. La majorité d'entre nous ne dispose pas, la plupart du temps, des ressources requises pour devenir et demeurer des « individus de facto ». En outre, il n'est absolument pas sûr que des solutions individuelles à des problèmes socialement construits existent réellement. Comme Cornelius Castoriadis et Pierre Bourdieu l'ont répété infatigablement, s'il y a une chance de résoudre des problèmes engendrés socialement, la solution ne peut être que collective.

domenica 27 maggio 2012

Lagarde : «Greci, pagate le tasse» L'ira di Atene




In un'intervista concessa il 25 maggio al Guardian, Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale ha chiarito il proprio punto di vista su due aspetti della crisi greca:

La prima è che per la Grecia è tempo di «payback time»: i Greci devono pagare le tasse, anche coloro che non hanno lavoro e o non arrivano alla fine del mese. Detto da un greco, la frase non ha niente di scandalistico. Detto dalla direttrice FMI, che con le altre due componenti della Troika (BCE e Commissione europea) ha scelto la politica dei prestiti e non un piano globale di ristrutturazione del debito, le parole suonano come una beffa.

La seconda è che l'FMI, come la Troika, non ha un exit strategy. Meravigliosa è la domanda della giornalista del Guardian, quando le chiede se l'anno prossimo avrà la possibilità di fare una vacanza in Grecia pagando in Euro: «Una vacanza in Grecia? Un ottimo investimento per il paese».


Ad Atene, come previsto, non l'hanno presa bene. Secondo Evangelos Venizelos, la Lagarde avrebbe insultato i Greci.

Il 17 giugno ci sono le elezioni in Grecia. Attendo curioso.



venerdì 25 maggio 2012

Gli Eurobond: cosa sono e a cosa servono

Gli Eurobond, obbligazioni europee comuni



Il 28 e 29 giugno si terrà il prossimo Consiglio europeo. Sarà questa la prima occasione ufficiale in cui il nuovo presidente francese Hollande sarà presente con gli altri capi di stato e di governo; per quella data le nuove elezioni greche potrebbero avere designato la nuova composizione (speriamo definitiva) del parlamento, inclusa la formazione di un nuovo governo.

La vittoria di Hollande ha, per Monti e il primo ministro spagnolo Rajoy, un risultato fondamentale: gli eurobond. Sparito di scena Sarkozy, raccolto il parere favorevole di Cameron, i capi di stato del sud-Europa continuano il pressing per convincere la Merkel, ora sempre più isolata, sull'importanza di introdurre delle obbligazioni comuni.





Qual è il vantaggio di queste obbligazioni?

Quando un investitore possiede delle obbligazioni di paesi a rischio default o con difficoltà strutturali importanti tali da poter compromettere il pagamento futuro (è oggi il caso della Grecia, ma questo potrebbe valere anche per Portogallo, Italia e Spagna) vende i titoli a rischio e sceglie di comprare obbligazioni a basso tasso di interesse e basso rischio: i Bund tedeschi. L'introduzione di obbligazioni europee avrebbe quindi il vantaggio di ridurre la competitività tra obbligazioni.

In secondo luogo, la messa in sicurezza dei paesi più deboli spingerebbe l'Europa a riacquisire credibilità sulla scena internazionale e sui mercati, cosa che scoraggerebbe maggiormente la speculazione promossa dai grandi istituti bancari americani. Per la prima volta, l'Europa direbbe: «sì, teniamo davvero la Grecia nella zona euro, il discorso è chiuso».

C'è poi un ultimo aspetto da non sottovalutare: l'introduzione del Fiscal compact è già di fatto una spinta verso un federalismo europeo. L'obbligo del pareggio di bilancio, inserito in costituzione, mette tutti i paesi sullo stesso piano. Condivise le regole, ora occorre condividere gli strumenti di difesa dai mercati ed essere Europa.



Che tipologia di Eurobond?


Benché la volontà politica di dar vita alle obbligazioni europee sia sempre più forte, resta ancora da capire quale sarà il progetto politico definitivo degli Eurobond. Si parla di Bluebond (semplificando, messa in comune del 60% del debito nazionale), ProjectBond (limitati a sole politiche di investimento e di infrastrutture comuni), eccetera. Si tratterà anche di capire in che proporzione ogni Stato e ogni debito sovrano saranno conteggiati nell'emissione dell'obbligazione.



Bastano gli Eurobond?


No. È certo una misura di difesa dai mercati e di maggiore spinta verso un federalismo solidale, ma resta sempre un primo nodo centrale: la regolazione dei mercati finanzieri e dei prodotti derivati. Già nel 2010, il Consiglio europeo approvava la possibilità di un'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, con la sola eccezione della Repubblica Ceca. Oggi l'UE deve far fronte anche ai dubbi, peraltro comprensibili, del Regno Unito, che stima che senza un consenso globale l'introduzione di tale tassa provocherebbe una fuga di capitale dall'Europa.

Ma non basta ancora. La BCE dovrebbe poi rinunciare al suo ruolo di deus ex machina e farsi prestatore potenziale di ultima istanza, senza delegare il FESF oggi e il MES domani, strumenti privi di autentica credibilità (a gennaio di quest'anno, le agenzie di notazione tagliarono proprio il rating del FESF!)

E resta poi il caso della Grecia, e tutti gli errori commessi dall'UE in questi tre anni, gli andirivieni, i dentro-o-fuori, i diktat. Prima del 28 e 29 giugno, il 17 sarà una data cruciale. Se la Grecia salta, gli investitori perderanno ancora fiducia sulla tenuta della Zona Euro e la speculazione attaccherà altri paesi proseguendo l'effetto di contagio. Inutile dire chi saranno i prossimi: in quel caso nessuna nuova manovra del governo potrà far fronte.