sabato 2 giugno 2012

Germania: dumping salariale dietro la crescita


La Ruhr, cuore dell'economia tedesca




Dallo scoppio della crisi finanziaria ed economica, e ad essere sinceri anche prima che ciò accadesse, Commissione Europea e Stati Membri hanno fatto della competitività il mantra della crescita economica. Esempio per eccellenza sarebbe la Germania, capace di assicurare ritmi di crescita impressionanti anche nel corso della crisi, caso unico nella Zona Euro.


Quel che meno viene spiegato è come la Germania riesce ad assicurare una tale competitività del suo indotto industriale e manifatturieroUn rapporto recente dell'ILO, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, tenta una lettura diversa dal solito.

Il rapporto sottolinea anzitutto come il governo Schroeder, all'inizio degli anni 2000, abbia proseguito la politica "storica" tedesca, basata sul contenimento dei salari. Allo scopo di evitare la delocalizzazione delle imprese tedesche nell'est europeo, la riforma del mercato del lavoro ha favorito la nascita di nuove forme atipiche di contrattualizzazione (in Germania inoltre, va ricordato, non esiste il salario minimo).

Contenimento dei salari (e stagnazione), maggiore precarietà, assenza di salario minimo. Ma, allo stesso tempo, riduzione del numero dei disoccupati e consumi comunque salvi, dato il tasso di esportazione dei suoi prodotti.

In un mercato unico, la competitività di un paese incide sulla competitività di un altro. E in soldoni, conclude il rapporto dell'ILO, la crisi europea troverebbe le sue fondamenta nella politica salariale e del lavoro condotta dalla Germania negli ultimi vent'anni. Il contenimento dei salari e le nuove forme di contrattualizzazione avrebbero favorito la crescita tedesca a danno di chi ha scelto politiche del lavoro più morbide. Una forma di dumping salariale spiegherebbe insomma la crescita della locomotiva tedesca.

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